Insieme contro le mutilazioni genitali femminili


I guerrieri Samburu sono i “padroni della terra”. E’ così che si definisce questo popolo Keniota, che vive in capanne costruite con il fango, lo sterco di mucca e i bastoni intrecciati. Una capanna per ogni moglie. Perché i Samburu sono poligami e di certo delle donne sono padroni. Qui, ma anche in altri luoghi del mondo, che sembrano lontani anni luce da noi, le mogli si comprano con otto buoi.

Il giorno del matrimonio, al mattino, la donna subisce la clitoridectomia, l’asportazione del clitoride. Una pratica, insieme alla circoncisione per i giovani guerrieri, motivata dalla credenza che ogni individuo nasce con gli attributi dell’altro sesso (prepuzio e clitoride). Ma per quanto riguarda le donne è anche un modo per negare loro il piacere, che non è invece negato con la circoncisione maschile. Una mutilazione che deriva da retaggi ancestrali difficili da sradicare con la legge, che anche in Kenia proibisce queste mutilazioni.

In altre comunità è praticata l’infibulazione sulle neonate o sulle bambine tra i quattro e i dodici anni, poi date in spose. Una tortura che vede queste creature subire la chiusura della vagina (spesso con ferri arrugginiti che ne minano la salute in modo irreversibile o mortale) dove resta solo un buco della grandezza di una cannuccia di bambù, per fare passare l’urina e il sangue mestruale.

Una cucitura che ne garantisce l’illibatezza prima del matrimonio, quando sarà strappata dal marito per un atto sessuale dolorosissimo. La donna qui, in questi luoghi incontaminati, è cosa. Forse più di quanto non lo sia nelle società opulente e capitaliste. Non ha diritti e la sua “dignità” passa solo attraverso una pratica barbara e inumana. La donna è in vendita, serve a fare figli, le mucche la merce di scambio. L’ignoranza la linfa che alimenta tutto questo.

Sono oltre 125 milioni nel mondo le vittime di mutilazioni genitali e vivono per lo più nei 29 Paesi dell’Africa e del Medio Oriente, dove questa pratica è ancora diffusa nonostante la messa al bando dell’ ONU del 20 dicembre 2012, depositata proprio dal gruppo dei Paesi africani. Si stimano circa 86 milioni di bambine nel mondo che rischiano di subire qualche forma di mutilazione genitale da qui al 2030.

In Italia, che è in prima linea a livello mondiale contro questa tortura, le vittime sono circa 40.000 (su 500.000 in Europa). Le ultime sono due bambine nigeriane, nate nel nostro paese, fatte infibulare dai genitori lo scorso agosto durante un viaggio nel loro paese, perché qui la legge 7 del 9 gennaio 2006 (come la convenzione di Istanbul) lo vieta, con condanne fino a 12 anni di reclusione. Il 90% delle MGF praticate prevede il taglio e/o rimozione di parti dell’apparato genitale, che va anche oltre l’asportazione del clitoride. Pratiche che vanno scalzate, più che attraverso una legge incapace di superare la cultura atavica delle diverse popolazioni, con l’informazione in primis alle donne e bambine che ne fanno parte, per permettere loro di trovare il modo di dire ai loro uomini che una donna pura è una donna intera.

La prima a promuovere il cambiamento dall’interno è una ragazza Maasai, Nice Nailantei Leng’ete. Nice è scappata con l’aiuto del nonno, che ha saputo convincere dell’inumanità di questo rituale. Ha studiato, sa quali sono i pericoli per la salute e sa anche che si può essere pure senza subire questa barbarie. Ha ricevuto il bastone nero riservato agli uomini che afferma la leadership e lotta per dare alle donne e alle bambine del suo continente la possibilità di essere padrone del loro destino.

Questa “guerra” l’ha cominciata una donna, ma sono gli uomini che devono proseguire il cammino, che devono volere accanto donne integre e libere di realizzare la loro personalità e la loro vita senza subire mutilazioni fisiche o psicologiche. E’ solo insieme che l’una e l’altra metà del cielo, possano costruire un futuro in cui le differenze sono un valore da difendere e la purezza è quella dell’amore.

di Barbara Benedettelli

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