L’ indulto e i suoi morti.


Era il 29 luglio 2006. Quell’estate ero incinta del mio secondo figlio. Quando ho saputo dell’indulto non potevo credere che stesse succedendo davvero. Nessuno di noi poteva crederlo. Per la prima volta nella storia un governo ha emanato un «provvedimento di scarcerazione anticipata» di ben tre anni: 460 voti favorevoli, 94 contrari, 18 astenuti alla Camera; 245 sì, 56 no e 6 astenuti in Senato. Praticamente un’ovazione collettiva ai “futuri stupri e omicidi”, quelli avvenuti in seguito, per mano degli indultati.

Ho accarezzato la mia pancia di cinque mesi come per proteggerla dall’alito del tradimento di uno Stato che sembrava non avere a cuore la sicurezza, la legalità, la giustizia. E nemmeno se stesso, perché, come afferma Norberto Bobbio, «non può rinunciare al monopolio del potere coattivo senza cessare di essere uno Stato». Il sentimento collettivo di “abbandono” era reale e largamente condiviso. A chi ci governava non interessava che ci sentissimo tutti meno sicuri e per questo meno liberi?

Tre anni di sconto automatico immediato per pene commesse fino al 2 maggio del 2006. Il provvedimento riguarda molti tipi di reati, e parlo al presente perché i processi, si sa, sono lunghi. Ancora oggi, nel 2011, qualcuno dev’essere giudicato in via definitiva per un reato commesso cinque anni fa. Un beneficio, quello ottenuto con l’indulto, che spesso si traduce in condanne nulle e processi inutili e che secondo il legislatore – e il governo che lo ha promosso e attuato – avrebbe dovuto risolvere un problema che si è ripresentato con dimensioni più grandi già l’anno dopo: il sovraffollamento delle carceri.[2]

Tutti fuori. Si fa festa alla faccia del diritto, dell’integrità psicofisica e della vita! E di chi, da quel momento, ha ragione di avere paura. La Repubblica il 30 luglio 2006, pubblica la lettera di una madre: 

Grazie all’indulto, mio figlio tossicodipendente tornerà libero e ricomincerà le sue terribili violenze contro di me. Come mi difenderò? Chi mi difenderà? […] Mio figlio, ormai solo biologico, ha oggi quarantasette anni e delinque da circa trenta: entra ed esce dal carcere. Si è macchiato di gravi reati, comprese rapine a mano armata, si è finto malato terminale per realizzare alcune truffe. La famiglia lo ha seguito fino al 1993, sempre lungo gli itinerari previsti dalla legge: il Sert, i centri di recupero, le comunità. Tutto inutile. Gli è stata data l’ultima chance. Anche questa inutile […]. Da allora le violenze di mio figlio contro di me sono aumentate, sempre finalizzate a ottenere soldi per comprare la droga. In oltre un decennio di terrore ha distrutto più volte la casa, mi ha picchiata, mi ha umiliata. E io sono caduta in uno stato di depressione severa. […] Nel 2003[…] mio figlio è stato arrestato dalla polizia mentre tornava a casa armato di un coltello a serramanico con il quale, probabilmente, aveva intenzione di scagliarsi contro di me. Al momento della cattura ha anche ferito un agente. È stato processato, condannato e – da quanto ho saputo da un funzionario di polizia – durante la detenzione è anche evaso da un ospedale nel quale era stato ricoverato. Da alcuni mesi ha ottenuto gli arresti domiciliari in una comunità. Ora, l’indulto lo farà tornare libero. Tornerà a fare rapine, a picchiarmi, a torturarmi […] a devastare la casa giorno e notte, pronto anche a uccidermi […]. Signor Mastella […] mi riceva. Vorrei chiederle se mi accoglierà a casa sua; o se mi darà un alloggio protetto; o se mi assegnerà una scorta per difendermi dal mio figlio biologico. In alternativa, se è possibile che io sia arrestata e rinchiusa in un carcere invivibile, il peggior carcere, ma pur sempre più sicuro della mia casa […]. Se tutto questo non sarà possibile, signor Ministro, io ho già deciso: mi toglierò la vita. Vorrò farlo io […] per impedire che lo faccia mio figlio: non voglio vedere i suoi occhi mentre mi uccide.

Leggo il provvedimento e noto qualcosa che mi fa rabbrividire: l’omicidio non è escluso. L’articolo 575 del codice penale non è tra quelli esclusi dall’indulto[3]. Sono a tavola con mio marito, stiamo facendo colazione e leggiamo i giornali. Mi alzo all’improvviso, mi agito, mi arrabbio: «Ma dove siamo? Non è possibile, non si può!» Poi, neanche tanto tempo dopo quel giorno afoso, la cronaca nera comincia a restituirci l’orrore di una scelta politica contestata dagli Stati di mezzo mondo.

Il 4 settembre 2006 Salvatore Buglione, un impiegato comunale, viene rapinato da due delinquenti (uno dei quali “indultato”) mentre sta chiudendo l’edicola della moglie. Prova a ribellarsi, ma riceve una coltellata nel cuore. Sulla sua lapide viene lasciato un messaggio: “Al consiglio regionale, al consiglio provinciale, al consiglio comunale, all’ubiquo Mastella: vergognatevi”.

Napoli, ottobre 2006 Era libero grazie all’indulto il criminale slavo che ha ucciso a Napoli un giovane commerciante nel tentativo di rubargli l’auto. Il fatto è successo il 5 ottobre scorso a Saviano ma la Vittima, Antonio Pizza, ventotto anni, sposato e padre di un bimbo nato pochi mesi fa, è morto ieri dopo giorni di agonia. (…)Il rapinatore, arrestato dai carabinieri, era stato scarcerato solo pochi giorni prima.[4]

Il 16 novembre Paolo Cordovafarmacista, viene ucciso durante una tentata rapina da Antonino Lo Monaco, autore – secondo gli inquirenti – di “almeno sei rapine”, libero, ça va sans dire, grazie all’indulto.

Nel marzo 2007 Vincenzo D’Errico, detenuto tossicodipendente “indultato”, dopo essersi iniettato nelle vene una dose d’eroina, minaccia una donna di Caravaggio (Bergamo),Luigia Polloni. Si ribella, ma D’Errico non avrà scrupoli a strangolarla.

Il 10 maggio Pietro Arena, ex poliziotto di Enna, condannato per tentato omicidio e quindi rimesso a forza in libertà, ha ucciso con la sua pistola calibro 765 Antonio Allegra, il compagno dell’ex moglie che ha successivamente tenuto in ostaggio per dieci ore.

Il 16 maggio a Parma Barbara Dodi, 46enne con due figlie a carico, viene strangolata in camera da letto con una cinta. Dal marito, Giovanni Melosi, 47enne, già condannato per tentata rapina e a piede libero per via dell’indulto.

Treviso. Agosto 2007 “Sui due corpi, nella camera da letto dove è evidente il passaggio della furia, ci sono i segni della lotta – le ecchimosi, i graffi, i tagli ripetuti e sempre più rabbiosi – e c’è il segno della resa, nel sangue che bagna il pavimento, inzuppa il letto, schizza le pareti. Nella dependance della villa degli industriali D., a Gorgo al Monticano in provincia di Treviso, nella notte tra lunedì e ieri si è consumato un massacro… Le Vittime sono Guido Pellicciardi, sessantotto anni, e sua moglie Lucia Comin, sessantadue. […] Il procuratore capo di Treviso Antonio Fojadelli parla di un crimine «efferato» e dice di usare questo aggettivo perché «colmo di sdegno e sgomento» per quello che ha visto nella stanza […]”. [5] I rapinatori assassini «hanno lasciato tracce di cocaina e macchie del proprio sangue sul luogo del delitto […]. Un cittadino rumeno di vent’anni e due albanesi di circa trenta, sono stati fermati dai carabinieri di Treviso, guidati dal colonnello Paolo Tardone […]. Il rumeno […] faceva l’operaio presso l’azienda del proprietario della villa (…). I due cittadini albanesi, invece, a quanto risulta a Panorama.it, erano irregolari ed erano usciti dal carcere grazie all’indulto: avevano precedenti di violenza sessuale e rapina.[6]

Bergamo, marzo 2007 Una settimana prima di ammazzare e rapinare una commessa di sessantaquattro anni, L.P., aveva sequestrato la titolare di un negozio di animali, obbligandola a rivelargli il codice del bancomat e liberandola dopo quattro ore. Nessuno lo ha fermato. È uno dei particolari emersi durante l’interrogatorio di V.d’E., tretasette anni, una sfilza infinita di precedenti penali […] «Era fuori per indulto pur avendo alle spalle ben venticinque rapine: questo assassino non merita nessuna pietà» dichiara il senatore della Lega Ettore Pirovano, storico sindaco di Caravaggio, oggi numero due dell’amministrazione comunale. «La cosa che più addolora non solo me ma tutta la cittadinanza è che un pm, all’inizio di febbraio, convalidò l’arresto di questo tipo per furto ai danni di un’anziana, ma un giudice l’ha poi rilasciato. È sempre la solita storia…»[7] 

Plurirecidivo e pluriliberato. Ma la recidiva[8] non dovrebbe essere punita con sanzioni più severe? Mi limito a riportare questi casi, una minuscola parte rispetto ai tanti che si sono verificati in questi anni. Per chi rapina, chi violenta, chi uccide, l’indulto dovrebbe essere escluso, ma nella necessità di partire per le vacanze qualche svista c’è stata. E per chi pur avendo fatto del male agli altri riceve da un giorno all’altro ben tre anni di libertà è come sentirsi dire: «Io Stato permetto a te, bomba a mano, di andare tra la gente a patto che tu, nonostante la tua natura esplosiva, non cerchi di realizzare te stessa esplodendo tra la gente. Vai in pace!» E quello realizza se stesso: esplode portandosi dietro tutti quelli che gli capitano vicino!

Perché l’indulto? Prima del provvedimento “d’impunità” i detenuti erano sessantunomila e i posti disponibili quarantaduemila. Qualche cosa si doveva fare. Ma perché trovare una soluzione che mette a rischio i liberi cittadini, che nega ogni principio di legalità, che annulla la forza del diritto? Nel 2010 i detenuti erano circa settantamila. Eppure grazie a quel provvedimento alcuni cittadini sono morti e le Vittime che già c’erano lo sono diventate due volte. Perché questa iniquità?

Il principio cardine della nostra legge penale si basa sul fatto che è meglio ci siano cento colpevoli fuori che un innocente in carcere. Sacrosanto. Ma quando in carcere c’è un colpevole, quell’uomo deve pagare un prezzo fisso alla vita, soprattutto se ha commesso un delitto contro la vita. Inoltre non credo proprio che provvedimenti come l’indulto possano realizzare il principio costituzionale della rieducazione. Perché a questi uomini viene negata la possibilità di scendere nel pozzo buio dell’anima per conoscere fino in fondo se stessi, le loro colpe gravide, le loro responsabilità letali, le loro meschinerie? Che cosa può fare l’educatore se non può agire sull’essenza, se educa una maschera, un volto di convenienza che si fa bello per poter ottenere un beneficio in termini di libertà?

«Nessun uomo è innocente!», è vero. Nessuno è libero dal male. Ma è libero di non realizzarlo nel mondo. Gli assassini, gli stupratori, i pedofili, i rapitori, i sadici, gli spacciatori di droghe, non sono innocenti dinnanzi alle loro Vittime. Non lo sono rispetto al loro delitto. A chi giova, una volta scoperti, lasciarli prematuramente liberi di rubare le vite degli altri?

Nella mia mente scorrono le parole dei parenti di chi è stato ammazzato; l’immagine delle loro mani, strette a volte una nell’altra, altre a toccarsi come per un abbraccio solitario e disperato, altre ancora ad asciugarsi le lacrime. Nelle loro espressioni c’è la rassegnata consapevolezza che quanto è accaduto è per sempre, come quel sottile male di vivere. Ma se il principio della nostra legge penale è: meglio cento criminali fuori che un innocente dentro, allora il futuro ci darà ancora Vittime.

L’innocente che si trova dentro la prigione ingiustamente accusato, con una legge che ne tutela per davvero gli interessi – e lo libera subito, senza lungaggini burocratiche, quando c’è la prova della sua estraneità ai fatti – ha comunque la possibilità, avendo salda la vita, di dimostrare la sua innocenza. Ma l’altro innocente, quello che sta fuori e che viene ucciso nella sua vita tranquilla, che possibilità ha?

Uno Stato che per risolvere un problema sceglie la via più semplice e veloce, ma più rischiosa per la società che è chiamato a tutelare, non è forse paragonabile al “mandante” di una strage? Destra, sinistra, centro. Non importa. L’indulto del 2006 lo hanno votato quasi tutti. Chi ha premuto quel pulsante, in Parlamento e poi in Senato, non si sente corresponsabile delle violenze e delle morti che ne sono derivate? Dalle prigioni sono usciti poveri uomini e povere donne, pochi. Sono usciti molti, moltissimi criminali. Criminali veri. Lì dentro non potevano stare schiacciati pelle contro pelle, sudore contro sudore, delitto contro delitto, dunque fuori! Liberi. Ma come si fa adesso a “liberare” i parenti delle Vittime provocate da quell’indulto, dalla morsa di un dolore che ha lo spessore del piombo? Non è vero che, come diceva il filosofo tedesco Treitschke, «la forza è il principio dello Stato, come la fede è il principio della Chiesa, come l’amore è il principio della famiglia»?[9] Dov’è la forza di uno Stato che non sa trattenere i suoi criminali, educarli per davvero e restituirli alla società senza mettere in pericolo la vita di nessuno?

Quando non è l’indulto è la prescrizione. Quando non è la prescrizione è il premio, o lo sconto automatico. La severità è solo un ricordo e l’autorità un’opinione, discutibile, modellabile. Quella strada che permette di trovare peso ed equilibrio tra le cose e nelle cose, ancora non c’è. Né dietro le sbarre, né fuori. È aspirazione.

Mi fermo. Stacco le mani dalla tastiera e vado a rileggere il decreto: non è compreso l’omicidio. E se è lo Stato, per primo, a svilire un’azione, un atto, come possiamo pensare di creare un luogo in cui ognuno possa essere davvero libero, prima di tutto di vivere?

Tratto da Vittime per Sempre ( Aliberti editore) © RIPRODUZIONE RISERVATA


[1]    Norberto Bobbio, Teoria generale della politica, cit.

[2]    «Sono usciti dal carcere 26.752 detenuti e gli istituti penitenziari, eliminato il sovraffollamento, sono stati riportati a una situazione di vivibilità, ma questa è stata di breve periodo: i dati del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria mostrano, infatti, che nel giro di un anno dall’agosto 2006 (dopo il varo dell’atto di clemenza) i detenuti sono passati da 38.847 a 46.118, superando la capienza regolamentare degli istituti penitenziari, che è di 44.066 posti e ben presto si è ritornati alla situazione esistente prima dell’indulto, quando le carceri ospitavano più di 60.000 detenuti, per giungere oggi agli oltre 66.563, numero inoltre in continuo aumento. ». (Da Oscar Valentini su: http://www.leduecittà.it, febbraio 2010)

[3]      È concesso indulto, per tutti i reati commessi fino a tutto il 2 maggio 2006, nella misura non superiore a tre anni per le pene detentive e non superiore a 10.000 euro per quelle pecuniarie sole o congiunte a pene detentive. (www.camera.it). L’indulto non si applica per i delitti previsti dai una serie di articoli del codice penale. Per approfondire Gazzetta Ufficiale n. 176 del 31 luglio 2006 l. n. 241.

[4]     «Il Giornale», 16/10/2006.

[5]    «La Stampa», 22/8/2007.

[6]    «Panorama», 4/9/2007.

[7]    «Il Giornale», 2/3/2007.

[8]    Articolo 99  del codice penale.

[9]    Citazione di H.Von. Treitschke, La politica, Laterza, Bari 1918 tratta da Norberto Bobbio, Teoria generale della politica, cit.

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