Sovraffollamento carcerario, indulto. Un altro punto di vista


Sovraffollamento carcerario ed effetti dell'indulto, un altro punto di vista.. - Associazione L'Italia Vera

12 novembre 2013

(DATI: Carcere Aperto, Ristretti Orizzonti, DAP, ISTAT, Ministero della Giustizia, Viminale, Ministero dell’Interno, Repubblica, Il Corriere). Se si utilizzano parti della ricerca si prega di citare la fonte.

Questa ricerca va a integrare quelle che sono state fatte fino ad ora sugli effetti dell’indulto del 2006. Ricerche effettuate da chi è a favore delle misure di clemenza e che non tengono conto né delle vittime dei reati né dei cittadini liberi, che vittime non lo devono diventare.

Una seria riforma della Giustizia deve avere come obiettivo principale la sicurezza dei consociati, la tutela dei cittadini e un modello rieducativo dei rei non utopistico, buono solo sulla carta ma smentito ogni giorno dalla realtà. Perché ciò sia possibile occorre lavorare su dati corretti, raccolti con lo stesso metodo statistico, non alterati dall’uso parziale (a volte fazioso) degli stessi, che devono essere continuamente aggiornati. Affermare che gli indultati del 2006 sono meno recidivi di chi non ha beneficiato dell’indulto, basandosi su ricerche fatte a pochi mesi dal provvedimento o dopo alcuni anni, comparando percentuali incomparabili per elogiare un sistema premiale fallimentare, non serve a nessuno. Se vogliamo davvero cambiare le cose e risolvere un problema in modo strutturale – come chiede la Corte di Strasburgo con la sentenza pilota Torreggiani (pilota, dunque guida) – dobbiamo rivedere anche il metodo di analisi degli effetti delle pene, con obiettività, coerenza, imparzialità. E dobbiamo tenere conto che il modo migliore di evitare il sovraffollamento è quello di agire su un modello rieducativo realistico, e di migliorare le politiche di prevenzione del crimine.

E’ giusta e sacrosanta la battaglia per rendere le carceri luoghi vivibili. Una battaglia che si deve fare senza se e senza ma, in modo strutturale, riformando l’intero sistema penale e penitenziario, e in particolare il sistema rieducativo. Riforma che non può prescindere però dallo studio degli effetti di ogni misura sull’intera popolazione e che non può trascurare chi del reato è vittima. Uno Stato è un apparato di leggi che regolano la convivenza civile in virtù delle pene e sanzioni che le rendono tali e non è tollerabile che lo stesso decida di risolvere un problema che riguarda non solo la minoranza carceraria, ma l’intera popolazione, con provvedimenti d’impunità parziale o totale. Le pene sono, come diceva Beccaria, “quel sensibile motivo che induce gli uomini a non commettere illeciti, e devono essere certe per essere efficaci. Non devono cioè lasciare spazio alla possibilità di sfuggirvi”. Non devono essere degradanti o disumane, nel pieno significato del termine e nella piena corrispondenza con i fatti, perché devono migliorare gli uomini e non abbruttirli ulteriormente, ma da esse non possiamo prescindere se non vogliamo ritornare a quello stato di natura che vede gli uomini lupi per loro stessi, come affermava Hobbes.

Riteniamo che indulto e amnistia espongano i cittadini al concreto e provato pericolo – come dimostriamo con questa rielaborazione statistica – per la loro incolumità, e che ledano il diritto alla sicurezza sancito all’art.3 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, e il diritto alla vita, proclamato dalla stessa e dalla Convenzione Europea per la salvaguardia dei Diritti dell’Uomo. Diritti che appartengono “all’essenza dei valori supremi sui quali si fonda la Costituzione italiana” come afferma la sentenza della Corte Costituzionale n-35 del 1997. Diritti violati dallo Stato ai liberi cittadini ogni volta che un provvedimento d’impunità o di premialità scisso dalla pericolosità sociale e dalla certezza che l’individuo sia davvero rieducato “oltre ogni ragionevole dubbio”, li colpisce. Diritti negati invece ai detenuti, quando lo Stato si dimostra incapace di operare con rigore e in maniera organica e strutturale, attento ai mutamenti sociali e con una costante verifica dei risultati, per rimodulare nel tempo le azioni intraprese. Una società civile non può permettere che anche un solo libero cittadino debba pagare con la vita il fallimento di un sistema inadeguato che si vuole difendere a tutti i costi. Né può tollerare che uno Stato di Diritto neghi giustizia, riparazione e tutela alle Vittime dei reati, calpestando la loro dignità per tutelare esclusivamente la dignità di chi le ha rese tali.

La dignità deve essere concessa a ogni persona, colpevole o innocente, come afferma l’art. 3 della Costituzione che chiede “pari dignità sociale per tutti i cittadini” e perché ciò avvenga, in questo settore che sta alla base della civiltà, si devono trovare soluzioni che non ledano i diritti dell’uno o dell’altro, per tutelarne solo alcuni. La giustizia per essere giusta a 360 gradi non può guardare da una parte soltanto. Uno Stato che ha avuto ben sette anni dall’ultimo indulto per modificare un sistema che non funziona, non può lanciare nuovamente una sorta di roulette russa che colpirà a caso i cittadini, com’è già accaduto dopo l’indulto del 2006.

Dobbiamo ristabilire un principio giuridico che risponde alla cultura della vita e della sola libertà che conta davvero, quella di esistere nel rispetto dell’Altro, è con questa convinzione che le persone devono uscire dalla prigione. Le Vittime dei reati e i familiari di chi è stato ucciso dedicano il resto dei loro giorni a far sì che quanto è accaduto a loro non accada ad altri. Quando dal carcere usciranno persone con lo stesso scopo, allora vorrà dire che il sistema funziona. Siamo lontani da questo risultato, che non si ottiene certo attraverso provvedimenti d’impunità sempre più estesi che bruciano, in una società in cui l’economia domina sulla morale, il principio di legalità, l’ideale di giustizia, la base stessa della civiltà, del vivere insieme.

E’ profondamente ingiusto pensare che alcuni di noi, come dimostra questo documento, debbano subire le peggiori violenze a causa del fallimento di uno Stato che permette anche una sola morte causata da una mano da lui stesso armata con un pugnale, un piccone, due mani, una macchina, una corda, una pistola. E’ profondamente avvilente pensare che chi ha subito un reato non otterrà mai giustizia. Ecco cosa significano le parole indulto e amnistia per quel popolo al quale non si dà mai ascolto e che invece per provvedimenti di questo tipo dovrebbe poter decidere. Dovrebbe poter votare. Le soluzioni per risolvere definitivamente il problema carceri ci sono, e da qui a maggio, quando scade il tempo che ci ha dato l’UE, si possono attivare. Perché non lo fanno? La verità, dicano la verità.

@bbenedettelli

Clicca sul link e scarica la rielaborazione statistica sovraffollamento_carcerario_ed_effetti_della_indulto_un_altro_punto_di_vista_

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