Violenza Domestica: servono nuove norme. Ecco una storia che lo dimostra


In Italia vale di più il diritto alla sicurezza della vittima o la privacy del carnefice? Chiedetelo a chi ha subito stalking e violenze, la risposta vi lascerà l’amaro in bocca, come troppo spesso accade quando sui piatti della bilancia-giustizia si mettono da una parte chi ha subìto e dall’altra chi ha infierito. La privacy del carnefice vale, neanche a dirlo, di più.

La parte offesa «non ha alcuna titolarità»

Non è teoria. È storia di vita vissuta da decine di donne che, pur avendo avuto il coraggio di denunciare e far arrestare i loro aguzzini, si ritrovano poi indifese – talvolta si direbbe perfino offese – da quello Stato che ha promesso di proteggerle. È la storia di vita vissuta di B. B., una mamma di Milano alla quale è stata negata la possibilità di sapere quando l’ex marito che la picchiava tanto da meritare il carcere tornerà in circolazione, per i permessi premio e per la fine della pena. «Non ricorre alcuna titolarità da parte della p. o. (parte offesa, ndr) a conoscere le date di eventuale fruizione di permessi da parte del condannato», si legge nella risposta del magistrato di sorveglianza, che suggerisce che «quelli descritti come timori dalla p. o. possono e devono essere rappresentati alla autorità di polizia nel caso in cui si tramutino in fatti obiettivi, dal condannato posti in essere o minacciati nei confronti della p. o.». Insomma,la vittima deve precipitare nuovamente nell’inferno, solo in quel caso può avere tutele. Ammesso, ovviamente, che dall’inferno esca viva: quante volte ci rammarichiamo di “femminicidi” che si potevano evitare?

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